Parole su tela | Libro d’Ombra

Descrivere il Giappone è una faccenda alquanto complicata, ma per fortuna ci vengono in aiuto dei capolavori letterari come Libro d’Ombra (陰翳礼讃), In’ei Raisan di Jun’ichiro Tanizaki, pubblicato nel 1933 e considerato dalla critica come uno dei saggi più importanti sull’estetica giapponese. Qualunque sia il nostro interesse verso questa cultura iniziando dall’arte, l’architettura, la cucina, la moda, la letteratura o il semplice desiderio di partire per un viaggio, la grazia di queste pagine ci spalancherà le porte alla sua scoperta. Indirizzato principalmente ai suoi connazionali, disorientati in quegli anni dalla modernità e dall’incontro con l’Occidente, Tanizaki descrive accuratamente le case, l’architettura, il cibo, il teatro, la vecchiaia e perfino l’ideale di bellezza femminile facendo notare come ció che rende davvero singolare ogni cosa sia sempre la presenza della penombra. Per questo secondo lo scrittore, se l’Occidente ha privilegiato la vista, l’Oriente ha mantenuto la sensibilità anche degli altri sensi, proprio grazie all’ombra che costringe a scrutare nell’oscurità per scoprire i dettagli che la animano. Le sue pagine sono intrise di una luce filtrata, indiretta che scivola discreta sugli oggetti e sulle persone portandoci a riflettere sull’interiorità delle cose quasi stessimo ammirando, in silenzio, il miracolo della pittura di Verneer. Ho riletto quest’opera dopo molti anni ritrovando nelle sue descrizioni quasi offuscate dalla patina di un tempo senza tempo, ciò che vivo ogni giorno anche per le strade di quest’immensa Tokyo.

***

     “Il Waranji-ya, famoso ristorante di Kyoto, vantava sino a poca fa la mancanza di luce elettrica nelle sue salette, rischiarate soltanto dal lume delle candele. Da molto tempo non vi andavo. Vi tornai la scorsa primavera, e con stupore, constatai che, in luogo dell’olio, nelle antiche lucerne vi erano lampade elettriche. Chiesi notizie sul cambiamento; mi fu detto che, un anno prima, poiché molti clienti trovavano la luce delle candele troppo esigua, era stata installata l’elettricità; tuttavia, se qualcuno preferiva la vecchia illuminazione, si sarebbe provveduto, portando un candeliere. Proprio per le candele io ero andato là, dunque non ebbi esitazioni, e di lì a poco, accanto a me, una fiammella si accese, e tremolò, capii una cosa importante.

     Incomparabilmente di più, in quel chiarore dubitoso, risultava la bellezza del servizio da tavola in legno laccato. Il vano in cui mi trovavo non misurava più di tre metri quadrati; era un luogo intimo, originariamente concepito per la cerimonia del tè. Neppure le lampade elettriche riuscivano a cacciare interamente l’ombra da quella saletta che aveva colonnine della nicchia (il toko no ma) e il legno del soffitto completamente coperti di una gromma di nerofumo. Ma solo quando, spenta ogni altra luce, una tenue fiamma vacillante si levò, vassoi e ciotole sembrarono avvolti da una vaga aureola. Per la prima volta scoprivo quel lucore fondo e suggestivo che emana dalla lacca, e ne fui quasi commosso. Capii perché i nostri antenati, scoperta l’arte di applicare la lacca al legno, se ne fossero tanto appassionati, al punto da intenderne ogni sottigliezza.

     Un mio amico indiano, Sabarwan, mi dice che, nel suo paese, molti rifiutano ancora il vasellame di ceramica, considerato grossolano, e preferiscono le lacche. Da noi, in Giappone, ormai si usa il legno laccato solo per i vassoi e le ciotole da brodo, o in occasioni rituali, come la cerimonia del tè; per tutti gli altri usi, preferiamo la ceramica: il legno laccato ci sembrerebbe stonato e inelegante. Non potrebbe, questo, dipendere dalla troppa luce che l’elettricità ha portato nelle nostre stanze?

     Solo la penombra permette di ammirare la beltà di una lacca. Benché oggi se ne fabbrichino anche di bianche, i colori tradizionali delle lacche restano il nero, il marrone, il rosso. Si direbbero tinte per accumulo, ottenute sovrapponendo molti strati di oscurità, quasi per materializzare le tenebre circostanti. Un cofanetto, un tavolo minuscolo, una mensola a muro, tutti quegli oggetti in legno laccato così spesso decorati con disegni in polvere d’oro o d’argento -i maki e-, possono, se una luce troppo intensa vi cade, offendere gli occhi, e apparire lampanti, e persino volgari. Ma lasciate che, per qualche tempo,  le tenebre li intridano, e poi esponeteli non agli splendori del sole e dell’elettricità, ma ai deboli guizzi di un lume a olio o di una candela: subito assumeranno una fisionomia grave, sobria, nobilmente riflessiva. Gli artigiani di una volta, quando applicavano la lacca e la decoravano di maki e, avevano in mente locali fiocamente illuminati. Doravano sino alla profusione e alla stravaganza, perché conoscevano i segreti dell’ombra, e la magia dell’oro, che persino nel buio più fitto sa scoprire e attirare pagliuzze di luce.

     Chi per primo spalmò oro sulla lacca, non pensava a un ambiente luminoso dove il disegno sarebbe subito apparso nella sua interezza, ma a una stanza annegata nella penombra, dove le parti del legno si stagliassero, e baluginassero ambiguamente, una dopo l’altra, contro un fondo scuro. Che un disegno così smagliante resti per noi, in gran parte, nasconsto ed enigmatico, ci turba e ci incanta. La superficie traslucida che abbiamo visto sgargiare alla luce, specchia ora il tremolare precario di una fiammella. Improvvisamente avvertiamo nella stanza apparentemente così immobile, l’invisibile passaggio dell’aria. Da pensiero nasce pensiero, ed eccoci immersi nella più profonda delle fantasticherie. Se mancassero, nella stanza, gli oggetti di legno laccato, così appesantiti e malinconici, quanto perderebbe in seduzione il mondo fantastico creato dagli arcani vacillamenti di un lume a olio o di una candela! Solo i movimenti della fiamma sembrano imprimere all’ombra un suo pulsare, un suo ritmo impercettibile. Sulla superficie laccata i disegni d’oro imprigionano filamenti di luce; altri filamenti scendono, come rivoli, sino al pavimento coperto di stuoie, e vi formano minuscole pozzanghere luminose. Tutte queste fosforescenze nottiluche sembrano misteriosamente tessere un arazzo prezioso, e voler interamente decorare la notte di disegni alla emaki e.

     Sebbene non abbiano la densità del legno laccato, e il suo carico d’ombra, i servizi da tavola in porcellana non sono da buttar via. Tuttavia, chi tiene fra le mani una stoviglia di porcellana, la sente fredda e pesante. Temibile conduttrice del calore, è scomoda da maneggiare, se la si riempie di cibi caldi. Urtata, rintocca sinistramente. Al contrario, i servizi di legno laccato sono leggeri, gradevoli al tatto, delicati, non rumorosi. Amo il legno laccato soprattutto quando tengo in mano una ciotola di brodo bollente. Ne amo il peso; ne amo il tepore. Così tenera è la sensazione, che mi sembra di sostenere il corpicino di un neonato.

     Non è un caso che la minestra si serva ancora nelle ciotole di legno laccato: esse hanno virtù che mancano a quelle di ceramica o porcellana. Troppo presto il brodo servito in una tazza di porcellana bianca svela i suoi segreti. Sollevato il coperchietto, si sa subito che colore ha il liquido e cosa contiene. È cosa straordinariamente bella, invece, sollevare il coperchio di una ciotola in legno laccato; mentre ci accingiamo ad accostarla alla bocca, contempliamo per un istante il brodo, che ha una sfumatura non molto diversa da quella del recipiente, stagnare nell’oscurità impenetrabile del fondo. Difficile capire cosa si trovi laggiù. Le mani che tengono la ciotola sentono l’agitarsi quasi impercettibile del liquido. Gocciole minutissime imperlano l’orlo del recipiente. Attraverso il vapore, abbiamo un vago presentimento del cibo: esso si annunzia a noi, prima di toccare il palato. Una emozione così profonda, e intima, certo non può essere paragonata a ciò che si prova davanti a un brodo servito in un piatto di bianca porcellana occidentale. V’è, in essa, qualcosa di mistico e, forse uno zinzino di Zen.”

da Libro d’Ombra di Jun’ichiro Tanizaki (1886-1965)

toko no ma (2)

3 Comments Add yours

  1. Ivana ha detto:

    Che splendida narrazione … lo metterò nella lista dei libri da leggere!

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    1. tokyomelange ha detto:

      Si, è davvero bellissimo..un vero capolavoro. Grazie mille e buona domenica! 🤗

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      1. Ivana ha detto:

        Grazie, altrettanto a te!

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