Honne e Tatemae: un mondo di emozioni

La società in Giappone si basa su un concetto molto forte di collettività. Viene attribuito grande valore al rispetto per la famiglia e alla comunità cercando di anteporre, innanzitutto,  il bene comune a quello personale. Anche la comunicazione tiene naturalmente conto di questi parametri e non sempre ciò che viene espresso coincide con le reali intenzioni di chi parla. Molto  spesso le conversazioni sono segnate da un dualismo distinto tra pubblico e privato dove  honne「本音] e tatemae「建前」ossia l’intenzione vera, nel primo caso,  e ciò che si costruisce come facciata, nel secondo, regolano i rapporti degli individui all’interno della società. Le emozioni vengono gestite in base al contesto in cui emergono dove equilibrio e moderazione prendono il sopravvento, soprattutto nella sfera pubblica, creando una sorta di ermetismo e riservatezza spesso difficili da comprendere a chi non conosca bene questa cultura.

Honne tatemaeNon esporre in pubblico le proprie emozioni o intenzioni viene dunque considerato in Giappone più un pregio che un difetto. Per questo i giapponesi vengono educati fin da piccoli ad utilizzare soprattutto nella sfera pubblica, un linguaggio indiretto, spesso vago, non tanto per incapacità dell’individuo alla chiarezza ma per evitare che un’opinione contraria possa divenire elemento di rottura. Così se un linguaggio più esplicito si adatterà maggiormente alla sfera privata, dove gli individui sono chiaramente liberi di esprimere le proprie emozioni, un linguaggio di “facciata” verrà preferito nella sfera pubblica, dove l’io è sempre messo in secondo piano a favore della collettività.

Honne tatemae 2.JPGPer chi è nato e cresciuto in questa struttura dualistica di comportamento,  traslare da honne a tatemae può risultare abbastanza semplice ed altrettanto conveniente. La stessa lingua giapponese è ricca di espressioni aimai ovvero “ambigue” come ad esempio chotto (un pò, un attimo), demo (ma, comunque), kangaete-oku (ci penso), ichiou (per ora, provvisoriamente), maa-maa (così così), normalmente utilizzate all’interno della conversazione per prendere tempo o semplicemente per evitare di dare subito una risposta definitiva. D’altra parte, anche una forma di pensiero astratta non fa parte di questa cultura, basata invece su una maggiore concretezza ed attenzione ai sentimenti umani. Come ci ricorda Alan Macfarlane in “Enigmatico Giappone” citando il pensiero di Maraini: “In Giappone ci si confronta raramente con quei dualismi eternamente contrapposti che distinguono il pensiero occidentale: Dio e uomo, creatore e creatura, spirito e materia, corpo e anima, bene e male, natura e raltà sovrannaturale, sacro e profano. Nello Shintoismo, gli uomini, il mondo degli dei appartengono tutti a quello che, essenzialmente, appare come un unico continuum in cui ferve la vita”.

La preoccupazione dell’individuo non è pertanto indirizzata alla distinzione bensì al raggiungimento dell’armonia, il wa, evitando di discernere a priori tra giusto e sbagliato, bene e male. Giudizio e critica vengono posti in secondo piano ma l’apparente accettazione non è comunque sinonimo di rinuncia. “Come una canna di bambù al vento, che si piega ma non si spezza” il Giappone sa bene che un’eccessiva resistenza comporta sempre una rottura precludendo la crescita. Vale allora la pena osservare, prendere tempo, riflettere e riemergere più forti con una nuova prospettiva. Essere resilienti equivale dopo tutto a piegarsi ma non spezzarsi, significa essere flessibili in una dimensione dinamica e positiva che ci porta a fronteggiare per poi ricostruire.

In questi ultimi anni il Giappone è  diventato un’ispirazione, una tendenza, una meta, un sogno per molti che vorrebbero parlare la sua lingua, mangiare solo sushi e  visitarlo in lungo e in largo. Capirlo non è immediato ma quel suo fascino discreto e sofisticato si cela indubbiamente nelle sue molteplici sfacettature, costringendoci a leggere tra le righe,  ad ascoltarne i silenzi ed osservare quel mondo di emozioni che stanno dietro all’apparenza di cui oggi, forse, abbiamo tutti un gran bisogno.

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