L’importanza di un abbraccio

L’abbraccio è un gesto intimo e sincero, fa bene a chi lo dà ma anche a chi lo riceve. Un atto dolce che trasmette un senso di protezione e comunicazione profonda che va al di là di ogni linguaggio.

In Giappone il rapporto tra le diverse generazioni è tenuto molto in considerazione. L’anziano viene visto come una persona a cui dovere rispetto che a sua volta vede nell’individuo giovane una persona in via di formazione, dimostrandogli per questo tolleranza e affetto. È così che gli adulti adottano spesso un ruolo guida nei confronti dei bambini senza mai diventarne giudici o inquisitori, portando ad un legame armonioso ed equilibrato tra persone di diverse età. L’educazione stessa si basa principalmente sulla sensibilità dell’individuo lasciando poco spazio a grida o rimproveri violenti; raramente vedrete i giapponesi perdere la pazienza o lasciarsi andare a gesti incontrollati con i propri figli sia in pubblico che in privato. Ci si aspetta semplicemente che i figli imparino a relazionarsi con gli altri, rispettandone la sensibilità. Ma per quanto sia noto come i giapponesi si lascino poco andare pubblicamente a gesti di effusione in pubblico, per questa cultura è senz’altro importante stabilire legami stretti attraverso il contatto fisico soprattutto con i figli durante i primi anni di vita. Le madri giapponesi non vogliono infatti che il bimbo si senta solo cercando di soddisfare le sue esigenze prima che queste si manifestino come mancanze. Anche per questo dormono con i figli fino ai 3-4 anni di età ed oltre, creando un rapporto destinato a rimanere nel profondo che lo formerà anche come individuo. Si perché i sentimenti che un bambino prova quando è molto piccolo continueranno a rimanergli dentro per tutta la vita, nel bene e nel male.

Ed è qui che vi racconto la storia di Anna la quale mi scrive parlandomi di un incontro che ancora oggi, dopo tanti anni, le è  rimasto nell’intimo come quel tenero abbraccio ricevuto da un giovane giapponese allora in vacanza a Roma.

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Ecco la storia! Nel 1972 o 73 con la mia famiglia andammo in vacanza a Roma. Io avrò avuto 3-4 anni ed era primavera. Durante uno di quei tour della città in pullman, nei sedili di fianco a noi oltre il corridoio, era seduta questa coppia di giovani giapponesi, mi piace pensare, in viaggio di nozze. Incuriosita dai volti stranieri ma amichevoli, cominciai a far capolino per sbirciare e lui, da parte sua, partecipava con molto gusto a questo gioco e con un bel sorriso rispondeva alla mia curiosità. Che tenero. Un giovane neo-marito che già si immagina papà…In seguito mi addormentai e giunti al termine del tour il giovane giapponese chiese a gesti a mia mamma se poteva prendermi lui in braccio per scendere dal pullman e mia mamma acconsentì. Il trambusto ovviamente mi svegliò e trovarmi in braccio a quel signore gentile e sorridente mi emozionò tantissimo. Chissà cosa frullò nella mia testa di “treenne” fatto sta che il contatto fisico, il sorriso dolce e la voglia di giocare con me che questo signore aveva dimostrato, avevano generato in me una relazione di tutto rispetto che si riassunse nella frase che dissi quando lui andò via e io sconsolata lo cercavo. Quella frase ci fece sempre molto ridere e divenne un “meme” della nostra famiglia sopravvivendo attraverso gli anni fino ad oggi. “Si sarà cercato un’altra mamma…”. Per un buffo meccanismo psicologico grazie a quell’episodio io avevo già stabilito un legame affettivo con quel signore straniero che nella mia concezione elementare era stato semplificato in mamma-bambino dove la mamma ero io… chissà se quel signore che ora avrebbe l’età di mio papà si ricorda di quella bimba…

***

Grazie Anna per avermi raccontato questo episodio della tua infanzia legato al Giappone e al desiderio di ritrovare questo signore, anche se dubito che potremmo mai raggiungerlo attraverso queste pagine. È pur vero però che questo abbraccio ti è rimasto dentro come bagaglio positivo nell’affrontare la vita e che avrai sicuramente donato, a tua volta, alle persone che ti sono care!

 

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