La concezione del Ma: un’altra idea di spazio

Il Giappone ha un animo sensibile che lo porta ad inseguire da sempre la bellezza e l’amore nel dettaglio, creando degli spazi intimi ma sofisticati in grado di suscitare delle forti emozioni. Il risultato lo vediamo un po’ ovunque osservando i suoi giardini attentamente costruiti, il rigore dei templi, gli accostamenti di colori e motivi, sempre in perfetta armonia con lo scorrere delle stagioni; basta pensare ai tessuti del kimono, oppure alla scelta degli ingredienti e degli abbinamenti tra piatto e pietanza. Qui nulla è mai lasciato al caso. Un esercizio quotidiano trasmesso non solo a livello esteriore ma anche nei rapporti interpersonali, negli scambi epistolari che iniziano sempre con un accenno al tempo, alla stagione o nei gesti di cortesia e rispetto nei confronti dell’altro. È l’atto che arricchisce il rapporto con le persone, con la natura e con le cose poiché tutto è messo sempre sullo stesso piano. È così che a poco a poco un senso di “bellezza” prende il sopravvento e anche il quotidiano si trasforma in qualcosa di più profondo che coinvolge tutti i sensi con un alternarsi di spazi pieni, di vuoti, di contorni soffusi, di parole e di silenzi che ruotano come in una sorta di danza accompagnati dallo scorrere del tempo.

È in questa combinazione di elementi che si forma la percezione dello spazio, del tempo e del suo insieme spazio-tempo come uno degli aspetti singolari della cultura giapponese che troviamo racchiusa nell’espressione del MA 「間」, un termine che abbraccia una moltitudine di significati a seconda del contesto in cui viene inserito. L’ideogramma con un sole「日」all’interno di una porta 「門」 suggerisce già un’immagine visivamente molto forte, quasi a ricordare quell’attimo poetico in cui uno spiraglio di luce attraversa una fessura. Un istante preciso in cui viviamo qualcosa di irripetibile, perché anche rivedendo lo stesso panorama, assaggiando la stessa pietanza o compiendo lo stesso atto con la stessa persona, quell’attimo non sarà mai uguale, ma rimarrà parte di un’esperienza unica e racchiusa in un instante che non ritorna. In termini puramente filosofici, ci suggerisce che dovremmo imparare ad apprezzare il momento e godere del presente piuttosto che protendere al futuro o rimpiangere il passato ma l’utilizzo di questo ideogramma si estende anche in altri ambiti.

Lo stesso termine è infatti molto ricorrente anche nell’architettura giapponese, dove uno degli aspetti dominanti sta proprio nel cogliere il giusto equilibrio nella disposizione degli spazi chiamato madori 「間取り」che non coinvolge solo l’interno dello spazio abitativo ma anche il rapporto tra interno ed esterno. La stessa casa che Jun’ichirō Tanizaki descrive in “Libro d’ombra” è calma, confortevole avvolta nella penombra e silenziosa. Nella casa tradizionale giapponese gli elementi strutturali si combinano con quelli variabili del tempo e delle stagioni. Aggiungendo e rimuovendo porte scorrevoli, finestre,  pannelli e altri elementi, la casa si adatta al mutare delle stagioni, ai bisogni di chi la abita, divenendo quel  luogo armonico in cui sentirsi liberi di vivere, di riflettere, di riposare. È ciò che avvertiamo quando trascorriamo una notte in un ryokan, il tipico albergo giapponese, oppure quando visitiamo l’area di un tempio dove il MA ci appare concretamente nella sua concezione di spazi pieni e vuoti che dialogano costantemente con l’elemento naturale. Anche la terminologia tecnica è molto vasta, basta pensare a parole meno evocative come maguchi 「間口」che definisce la parte frontale o facciata di un edificio, oppure ma-no-ma 「間の間」 lo spazio intermedio che collega due stanze principali, oppure termini che più si legano all’estetica come toko-no-ma 「床の間」una sorta di alcova leggermente rialzata all’interno di una stanza in stile giapponese, spesso dedicata agli ospiti, decorata con una composizione di Ikebana e delle pergamene appese alla parete.

Spostandoci su un piano diverso, possiamo invece osservare come per il musicista il MA indichi il tempo o la pausa che intercorre tra una nota e l’altra, quel silenzio che può assumere importanza più del suono stesso, segnando il ritmo di una melodia. Può anche significare il tempo stesso attraverso parole come jikan 「時間」o la scansione del tempo con shunkan「瞬間」che identifica l’istante, letteralmente “in un battito di ciglia”. Anche in quest’ambito la terminologia è molto varia come ad esempio aima「合間」che significa l’intervallo di tempo tra due cose o tra due attività, hanma 「半間」letteralmente mezz’ora, oppure guardando ad espressioni come atto-iu-ma 「あっと言う間」quel tanto che basta per far uscire la voce, ovvero, in un batter d’occhio e molto altro ancora. In questo nuovo ambito il nostro orizzonte si allarga e la percezione si avvale di nuovi sensi, in un’alternanza di elementi concreti e astratti.

Il MA ci spinge anche in una dimensione più soggettiva con espressioni come ma-ga-yoi essere fortunato o avere un buon senso dello spazio al contrario di ma-ga-warui che significa invece il suo esatto opposto. Ci sfiora ancora più da vicino nel nostro essere persona o nel rapporto tra gli esseri umani se guardiamo al termine ningen 「人間」che lo vede in abbinamento a hito 「人」,uomo per identificare appunto il genere umano, quasi a significare che non possiamo vivere come entità singole ma dobbiamo condividere questo spazio che ci vuole gli uni accanto agli altri all’interno di una relazione. Ed è lo stesso per nakama 「仲間」che significa compagno, collega, una persona con la quale abbiamo condiviso per un periodo di tempo un percorso, oppure aidagara 「間柄」che indica la natura di una relazione come ad esempio quella tra consanguinei o in modo figurato i termini di una relazione di lavoro, di vicinato o di amicizia.

Scopriamo dunque una parola che si fa strada nella sua concezione di distanza, intervallo, pausa, interruzione, relazione tra vuoto e materia, ragione e spirito, concreto e astratto. Un tempo senza tempo, uno spazio definito ma infinito caratterizzato da giochi di luci e ombre, dai suoi pieni e soprattutto i suoi vuoti. Ed è proprio nella concezione del vuoto che troviamo una delle sostanziali differenze tra la cultura occidentale e quella orientale. Se per noi il vuoto identifica la mancanza del pieno, il nulla, un qualcosa da dover riempire per non avvertire un senso di solitudine, in Oriente l’idea di vuoto è uno spiraglio fondamentale che apre la mente e lo spirito ad un’infinita ricchezza di possibilità. Nel Taoismo il vuoto è importante quanto lo spazio pieno, sono opposti che si parlano e interagiscono. Un vaso è costruito dalla materia che ne delimita la forma ma è grazie alla presenza del vuoto che l’oggetto trova la sua funzionalità. Sono entrambe realtà fondamentali e complementari della nostra vita. Nel Buddhismo il vuoto si esterna invece nella consapevolezza che tutto è vacuo e impermanente influenzando in modo sostanziale soprattutto le arti derivate dalla scuola Zen tra cui l’Ikebana, la cerimonia del Tè, la poesia Haiku, la pittura o la calligrafia fino ad arrivare ad alcune forme teatrali. Qui è il vuoto come esperienza estetica a diventare veicolo di meditazione attraverso l’assenza, l’imperfezione, l’alternanza di suoni e silenzi, l’irregolarità portandoci a riflettere sulla transitorietà dell’esistenza.

Un concetto fondamentale dunque nella cultura del Giappone e dai mille risvolti che ritroviamo in vari ambiti nella sua dualità tra oggetto-spazio e spazio-tempo. Il MA forma così una visione pluridimensionale del mondo e delle cose che abbraccia un’infinità di situazioni. Un luogo concreto ed astratto che arriva allo spirito portandoci a riflettere e ad aprirci se lo sappiamo cogliere, soprattutto attraverso i suoi vuoti e silenzi, ad una terza dimensione ricca di infinite possibilità.

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