La bellezza dell’autunno, nel suo fluttuare romantico di colori sta ormai volgendo al termine per lasciare spazio ad una nuova stagione.
In Giappone questo periodo offre uno spettacolo di inspiegabile grazia intessuto nella trama di un quotidiano che rivela lo splendore di questa stagione negli scorci dei giardini, dei parchi, nei recinti dei templi e dei santuari. Le foglie dei momiji con le loro cromature gialle, rosse e arancio si librano nell’aria trasportate da un vento dolce e carezzevole mentre l’aria si riempie di quel profumo caratteristico di foglie e terra umida, creando un’atmosfera magica e avvolgente. Mentre la natura si prepara a entrare nella sua fase di riposo, gli alberi sfoggiano i loro abiti più sgargianti, regalando uno spettacolo che trasmette calma e serenità, ma porta con sé anche un senso d’impermanenza, poiché annuncia l’arrivo dell’inverno e la fine di un ciclo.
Nell’incanto dell’autunno, i giardini e i parchi si vestono di atmosfere mistiche, avvolte da un’aura di spiritualità. I visitatori che si avventurano in questi luoghi possono immergersi in una dimensione di pace e contemplazione, trovando rifugio all’ombra di alberi secolari e nei suoni lievi della natura. È per tutti un momento di transizione in cui la vita sembra trovare un equilibrio delicato, un invito ad una pausa, una riflessione e ad abbracciare la bellezza fugace di questo momento. Ovunque si rivolga lo sguardo, rimaniamo affascinati dalla danza dei colori e dall’atmosfera avvolgente che solo l’autunno sa creare.
Nell’incanto dell’autunno, i giardini e i parchi del Giappone si vestono di atmosfere mistiche, avvolte da un’aura di spiritualità



Mentre sistemavo una pila di libri in questi giorni di fine autunno, mi sono soffermata su un vecchio libro: “Ore giapponesi” di Fosco Maraini, un capolavoro senza tempo nell’ambito della letteratura di viaggio. Pubblicato per la prima volta nel 1956, questo libro continua a deliziare i lettori con i suoi approfondimenti sulle intricate sfumature della cultura giapponese. In particolare, rileggevo questo paragrafo che pone il suo accento sulla bellezza dei giardini giapponesi e sull’autunno. Nell’incanto di questa stagione, Maraini descrive la bellezza mutevole della natura che si trasforma e ci racconta come la grazia dei momiji riesca a creare attraverso le sue cromature uno spettacolo unico e carico di poesia.
Bastano poche righe per venire accompagnati in un viaggio attraverso il Giappone, in cui Maraini ci fa scoprire il fascino profondo di questa cultura e la sua sensibilità. “Ore giapponesi” non è solo un libro di viaggio, ma un’opera che ci invita a riflettere su svariati argomenti come il rapporto tra l’arte, la poesia e la natura descrivendo la complessità di questa cultura. Se state pensando ad un regalo per Natale o se volete leggere un bel libro sul Giappone, vi consiglio questa splendida lettura certa che non ve ne pentirete.
“Ore giapponesi” non è solo un libro di viaggio, ma un’opera che ci invita a riflettere su svariati argomenti come il rapporto tra l’arte, la poesia e la natura descrivendo la complessità di questa cultura.



Il giardino in Estremo Oriente è spesso infatti un’opera d’arte d’importanza non inferiore a quella d’una pittura, d’una scultura, d’un poema. L’artista può esprimersi attraverso qualsiasi mezzo; perché ci debbono essere i sentieri ammessi dal regolamento e quelli riprovati dal medesimo? Noi riteniamo un giardino semplice ornamento idro-floreale della casa, o villa, o palazzo che sia; e la natura offesa per il poco che le chiediamo ben poco ci rende; fa da contorno all’uomo ed alla donna nelle vicende della loro vita mondana, sta tranquilla ed obbediente, come l’insalata intorno alla bistecca. L’artista orientale crea invece il giardino sentendo di cantare in erbe, alberi, sassi, acque e fiori una musica attraverso la quale intende rendere più facile, in qualche modo, il contatto fra l’uomo ed il grande invisibile che ci regola e circonda. Mira altissimo, e quando riesce giunge altissimo. La natura gradisce la fiducia che si pone in essa: chiamata risponde.
Il giardino del Sanzen-in ti accoglie irretendoti in un incanto difficile ad afferrarsi e a descriversi nei suoi elementi, ma sottile e sicuro nel suo potere. Considerando gli stili giapponesi non segue alcuna scuola precisa; forse è stato trasformato varie volte, per quanto parecchi aspetti lo facciano ritenere assai antico; ha respiro quasi di parco, coi suoi forti cipressi ed aceri, i cui piedi sorgono dal soffice tappeto di muschi. Mentre cammini ti si aprono di continuo nuovi scorci; ora sei come perduto in una foresta che sale verso la montagna, ora ti sorprende il ricamo delle azalee che contornano un irregolare laghetto, ora attraverso i rami scorgi i tetti del tempio maggiore o di qualche casa colonica vicina. Che differenza c’è tra questi modi e quelli che s’avvicendano nei movimenti di una sonata o d’una sinfonia? Non piano e orchestra, ma muschio e bosco; non archi e flauto, ma rami e acque.
Col pomeriggio la luce penetra attraverso le foglie dei momiji in glorioso e caldo splendore. È l’epoca della fioritura non di petali e di corolle, ma di foglie che s’arrossano. Incendio, esplosione, fuoco silenzioso e vagamente malinconico, poiché nella sua bellezza non si celano i semi della vita, ma s’espande l’ombra della dissoluzione. Forse per questo i momiji sono particolarmente cari ai buddisti, sempre pronti a cogliere il suggerimento di un’impermanenza, di un’immagine del volgere cosmico, di dolore in dolore, sull’orlo del nulla. Nessun albero al mondo ha insieme, come il momiji, la grazia di foglioline così precise -sottile matematica sospesa come un velo per aria- e la potenza, l’urlo, la carica di colori tanto appassionati. Spesso gli alberi non arrossano tutto in una volta; intorno al medesimo tronco scintillano verdi di ramarro, vivi come gocce di prato in un raggio di sole; poi sullo stesso ramo o su quelli vicini preparano le loro feste i gialli, gli arancioni, i viola, i colori delle folli passioni.
Mentre cammino avanti con Somi, sento Jun che recita a padre Fustelli una poesia. Com’è giapponese questo giovane medico e scienziato, razionalista, fervido ammiratore dell’Occidente, da Galileo alla meccanica dei quanti, che apre con tutta naturalezza l’animo al nume poetico! Lafcadio Hearn ha detto e scritto che la poesia in Giappone è «universale come l’aria. E sentita da tutti, e letta da tutti. E composta da quasi tutti, senza distinzioni di classi o di condizioni». Forse esagerava nel suo entusiasmo un tantino; ma non poi troppo. La poesia è innegabilmente più vicina alla vita d’ogni giorno che da noi. Non è dominata dagli specialisti, da una razza ritenuta diversa da quella dei comuni mortali; recitare poesie, esprimersi in poesie, è abitudine diffusa tra ogni sorta di gente; non solo se ne scambiano gli innamorati, non solo ne compone la studentessa sui suoi quaderni, ma poeti sono spesso macchinisti delle ferrovie capiufficio, contadini, maestri di scuola, ambasciatori, operai, monache, baristi. La poesia non è circondata da un’aura di portento, come richiede la tradizione di romanticismo in cui viviamo ancora, è un fiorellino umile colto lungo il cammino della vita ordinaria; non gli si chiede ogni volta di dar fondo all’universo.
La poesia recitata da Jun era classica:
Miru hito mo
Nakute chirinuru
Okuyama no
Momiji wa yoru no
Nishiki nari keri
- Ki no Tsurayuki (883-946)
Le rosse foglie dei momiji
Che cadono per valli lontane del monte
Senza che alcuno le veda,
Son come un broccato
Sepolto dalla notte